La grave vergogna di esserci dimenticati di loro.
Presentazione alla mostra Schiavi di Hitler
Di Ricciotti Lazzero.

Queste pagine vengono da un mondo ed un tempo lontanissimi.

Riemergono da confessioni di uomini quasi al tramonto, consegnate alla memoria di generazioni che non capiscono e non possono capire.

Perché ci fu un tempo in cui tutto era miseria e la parola più importante era “fame”. Era il tempo in cui i giovani partiti per una guerra che non sentivano, pieni di forza, in carne, usi a sacrifici fisici non indifferenti, in appena due anni diventarono scheletri.

Quei giovani erano vissuti in paesi umili, ma festosi, adesso, prigionieri, conoscono un cielo plumbeo nel Lager dove li rinchiudono. Le ragazze gli avevano sempre fatto festa, ora la popolazione d’oltr’Alpe li sputacchia e li insulta. Ricevevano anche qualche carezza a casa, qui li bastonano per pura cattiveria. E poi li mandano in miniera a recuperare carbone o li rinchiudono in galleria, dove si preparano sotto le montagne i grandi spazi per gli stabilimenti bellici. Li mandano nelle fonderie, nel lavoro tremendo di manovrare i laminati di ferro o d’alluminio, col compito, appena uscito dal forno il serpente infuocato, di pulire in pochi secondi la bocca rovente.

E’ così tragico e terrificante questo entrare nel budello ad una temperatura orribile che un ragazzo si toglie di tasca il portafoglio e la foto della famiglia, dandoli ad un compagno, dice: “Mamma!” e si butta nel fuoco. I compagni riusciranno soltanto a recuperare un mucchietto di ossa.

In quel tempo infame restavano poche speranze ai giovani prigionieri. Certa fu, invece, la risposta negativa ad ogni sollecitazione a collaborare con i nazifascisti. “Germania, puoi bastonarmi, puoi torturarmi, puoi massacrarmi” – scrisse nel suo diario clandestino Giovanni Guareschi rinchiuso nel Lager – “ma dentro di me sono libero, il pensiero non riuscirai mai ad ucciderlo!”.

E’ una storia nuova quella che leggete, ha un suono diverso dalle parole che ascoltate dappertutto, oggi. Sono visioni che nessuna televisione può presentare. Leggetela con attenzione, e lentamente, in luoghi pieni di silenzio. Soltanto così, nel silenzio, a contatto da soli con quelle voci che vengono da lontano, potrete, forse, immaginare l’inferno in cui sono vissuti questi nostri fratelli. A qualcuno il suono delle parole che ci arrivano attraverso (questa mostra) potrà magari apparire leggero, invece esse hanno il peso di un macigno.

Sembra quasi che questi sopravvissuti si vergognino di essere riusciti ad uscire vivi dalla Germania e, i più, minimizzano volontariamente i loro patimenti. Alcuni di loro sono contadini duri come la roccia, con poca dimestichezza con carta e matita.

Sono tornati a casa da lassù e non hanno trovato un Paese a riceverli, a molti è arrivata la beffa di una cartolina-precetto perché il Lager non contava niente per i burocrati, a qualcuno è stato aperto un procedimento, poi subito chiuso, perché dichiarato “disertore”.

I ritornati da lassù si chiusero in se stessi, non parlarono, non raccontarono nulla. Avevano troppa dignità per affrontare gli altri che festeggiavano la Liberazione e che spesso ne approfittavano. Tacquero anche con le mogli e con i figli, quasi vergognosi di avere avuto un così triste passato, e soltanto ora hanno trovato il coraggio di rompere con noi quel muro che li separava dagli altri.

Gli altri. Che cosa sono gli altri che vanno ai Caraibi o alle Maldive, che guidano automobili di grossa cilindrata, che affollano i ristoranti e scelgono piatti prelibati e costosi, rispetto a noi che accettavamo quasi con voluttà una gavetta di brodaglia calda ? Così pensa chi attraverso questo catalogo porge la propria memoria e invano attende da sessant’anni qualche aiuto per gli ultimi giorni. Non urlano i sopravvissuti, non gridano, non minacciano. Il suono delle loro parole può, talvolta, sembrare lieve, sommesso, direi timido. Penetra in chi ha cuore attraverso le fessure dell’anima, e ferisce per la castità del tono. Uomini di ferro ridotti a fantasmi, spesso distrutti per la fame e le torture. E cinquantamila rimasti per sempre lassù, in cimiteri sparsi in quella Germania che era tutta un immondo Lager.

Questi uomini avevano capito prima di tanti di noi cos’è la dittatura pur venendo da una generazione che il fascismo aveva creduto di rendere guerriera con canzoni, parate, cortei e che aveva frequentato una scuola asservita al regime, intuirono subito, da soli, che dovevano resistere ad ogni richiamo.

La democrazia – per molti di loro contadini -era il proprio paese, tranquillo, sereno, senza adunate e con la libertà di dire ciò che pensavano.

Anticiparono di due anni, nella prigionia, la democrazia da tanto tempo perduta in Italia e, guardando i soldati con la mitragliatrice e le fotoelettriche nelle torri di sorveglianza, intuirono la potenza malvagia del Tiranno.

Molti morirono impiccati nell’Appellplatz con i compagni costretti a guardare e talvolta un’orchestra – diciamo, meglio, una banda- di deportati che suonava marce militari. Molti morirono nelle gallerie in cui erano costretti a scavare, tra gli escrementi e accanto ad altri cadaveri. Molti furono portati ai limiti di grandi fosse, allineati e fucilati. Molti esalarono il loro ultimo respiro nei Lager della morte, i Lazarettlager, minati nel corpo dalle malattie provocate dalla fame e divorati dai pidocchi.

Non di tutti questi uomini conosciamo i nomi. I cimiteri che ho visitato in Germania sono pieni di croci senza alcun segno.

La maggior parte delle “memorie” ci è stata consegnata da ex deportati del Nord. Il Centro-Sud è quasi assente, ed anche in ciò si rivela il solco profondo che esisteva già allora tra le due Italie. Spesso, il livello di istruzione di chi veniva dal Sud, quale risulta anche dai fogli matricolari rilasciati dai Distretti, è oltremodo basso: in media prima o seconda elementare, con apparizione nel gruppo anche di analfabeti. Salta all’occhio nell’esame delle schede il fatto che molti -troppi- non sappiano dove sono stati: né la città né la regione né la fabbrica. Probabilmente continuavano la loro vita di braccianti o manovali, legati sentimentalmente al proprio paese e alla propria famiglia e tiravano a campare. C’è chi scrive “Itler” ricordando a modo suo il Fuhrer, chi pur essendo stato ad Auschwitz scrive “Ausvis”, chi scrive “Lagher”, chi dice semplicemente “Non ricordo nulla”. L’impressione che ne deriva è che molti abbiano accettato quella tragedia con la stessa rassegnazione delle dure giornate di lavoro nei campi o nelle fabbriche in Italia. La sistematica riduzione allo stato di bestialità attuata dai tedeschi ha distrutto ogni sentimento, e le reazioni sono quelle elementari di chi è solo in balìa della sorte.

Pochi fanno ricorso alla fede. Chi invoca la Madonna, chi recita il rosario, chi guarda il cielo e pensa a qualcosa che non viene, chi tenta di mettere il cuore nel piccolo spazio della cartolina ma non è abituato a scrivere, e quindi usa l’essenziale epistolario di tutti i contadini. “Cara moglie, io sto bene come spero di te”. E poi una domanda per le mucche che devono essere nutrite e per i bambini che vanno a scuola e “devono essere bravi”. Molti sono moribondi, ma non lo dicono. La loro corrispondenza s’interromperà e in Italia i familiari non ne sapranno più niente. Quegli uomini entreranno nella schiera dei cinquantamila morti: il nome degli ignoti lo sa soltanto Dio.

Qualcuno riesce ad avvicinare qualche donna. O una russa o una polacca di cui sono piene le fabbriche o i campi, nascono intimità nuove che allontanano il pensiero dalla casa italiana, qualcuna di queste intimità si salderà in un matrimonio il giorno della liberazione.

L’approccio con le donne tedesche è pericoloso. Una legge nazista proibisce ogni contatto perché la “Frau” tedesca deve restare incontaminata e portare avanti la purezza della razza, e poi non mancare di rispetto al marito al fronte. Ma gli approcci avvengono lo stesso, l’uomo e la donna, quando colti sul fatto, vengono arrestati e condannati. Parecchi italiani finiranno decapitati a Berlino-Plotzensee, a Monaco Stadelheim, a Dresda.

Il panorama che deriva da questa nuova miniera storica è agghiacciante, ma serve a riempire un buco nero nella storia di quegli anni ed invita a rivisitare quanto si è scritto finora sul periodo della Repubblica di Salò e sulle deportazioni.

Ci sono stati troppi silenzi, i politici del dopoguerra, anche volutamente per opportunità diplomatiche, non hanno prestato alcuna attenzione al dramma avvenuto al di là delle Alpi, nelle scuole non si è insegnato nulla. Soltanto adesso troppi gruppi interessati a farsi un nome cavalcano il movimento delle rivendicazioni. Io invito chi legge queste parole a meditare sulla vicenda umana di questi nostri fratelli ed a diffondere, come i maestri a scuola, la loro voce che racconta quanto hanno sofferto. E’ il miglior contributo che possiamo dare nell’attesa che lo faccia anche il nostro governo. Non squilli di fanfare vogliono i sopravvissuti, ma un pensiero pieno di rispetto, il “grazie” per aver salvato la dignità di una nazione.

Per i morti con o senza nome un fiore ideale affinché, come si dice al cimitero al momento dell’inumazione, “la terra sia loro lieve”.

Perché l’esserci tutti noi dimenticati di loro è un peccato troppo grave.

Queste parole vengono da un mondo ed un tempo lontanissimi.
Riemergono da confessioni di uomini quasi al tramonto, consegnate alla memoria di generazioni che non capiscono e non possono capire.
Perchè ci fu un tempo in cui tutto era miseria e la parola più importante era “fame”.
Era il tempo in cui i giovani partiti per una guerra che non sentivano, pieni di forza, in carne, usi a sacrifici fisici non indifferenti, in appena due anni diventarono scheletri.
Quei giovani erano vissuti in paesi umili, ma festosi, adesso, prigionieri, conoscono un cielo plumbeo nel Lager dove li rinchiudono.
Le ragazze gli avevano sempre fatto festa, ora la popolazione d’oltr’Alpe li sputacchia e li insulta.
Ricevevano anche qualche carezza a casa, qui li bastonano per pura cattiveria.
E poi li mandano in miniera a recuperare carbone o li rinchiudono in galleria, dove si preparano sotto le montagne i grandi spazi per gli stabilimenti bellici.
Li mandano nelle fonderie, nel lavoro tremendo di manovrare i laminati di ferro o d’alluminio, col compito, appena uscito dal forno il serpente infuocato, di pulire in pochi secondi la bocca
rovente.
E’ così tragico e terrificante questo entrare nel budello ad una temperatura orribile che un ragazzo siciliano si toglie di tasca il portafoglio e la foto della famiglia, dandoli ad un compagno, dice: “Mamma!” e si butta nel fuoco.
I compagni riusciranno soltanto a recuperare un mucchietto di ossa.

In quel tempo infame restavano poche speranze ai giovani prigionieri.
Certa fu, invece, la risposta negativa ad ogni sollecitazione a collaborare con i nazifascisti.
“Germania, puoi bastonarmi, puoi torturarmi, puoi massacrarmi” – scrisse nel suo diario clandestino Giovanni Guareschi rinchiuso nel Lager – “ma dentro di me sono libero, il pensiero non riuscirai mai ad ucciderlo!”.

E’ una storia nuova quella che leggete, ha un suono diverso dalle parole che ascoltate dappertutto, oggi.
Sono visioni che nessuna televisione può presentare.
Leggetela con attenzione, e lentamente, in luoghi pieni di silenzio.
Soltanto così, nel silenzio, a contatto da soli con quelle voci che vengono da lontano, potrete, forse, immaginare l’inferno in cui sono vissuti questi nostri fratelli.

A qualcuno il suono delle parole che ci arrivano attraverso questo libro potrà magari apparire leggero, invece esse hanno il peso di un macigno.
Sembra quasi che questi sopravvissuti si vergognino di essere riusciti ad uscire vivi dalla Germania e, i più, minimizzano volontariamente i loro patimenti.
Alcuni di loro sono contadini duri come la roccia, con poca dimestichezza con carta e matita.
Sono tornati a casa da lassù e non hanno trovato un Paese a riceverli, a molti è arrivata la beffa di una cartolina-precetto perchè il Lager non contava niente per i burocrati, a qualcuno
è stato aperto un procedimento, poi subito chiuso, perchè dichiarato “disertore”.
I ritornati da lassù si chiusero in se stessi, non parlarono, non raccontarono nulla.
Avevano troppa dignità per affrontare gli altri che festeggiavano la Liberazione e che spesso ne approfittavano.
Tacquero anche con le mogli e con i figli, quasi vergognosi di avere avuto un così triste passato, e soltanto ora hanno trovato il coraggio di rompere con noi quel muro che li separava dagli altri.

Gli altri.
Che cosa sono gli altri che vanno ai Caraibi o alle Maldive, che guidano automobili di grossa cilindrata, che affollano i ristoranti e scelgono piatti prelibati e costosi, rispetto a noi che accettavamo quasi con voluttà una gavetta di brodaglia calda?
Così pensa chi attraverso questo libro porge la propria memoria e invano attende da cinquant’anni qualche aiuto per gli ultimi giorni.
Non urlano i sopravvissuti, non gridano, non minacciano.
Il suono delle loro parole può, talvolta, sembrare lieve, sommesso, direi timido.
Penetra in chi ha cuore attraverso le fessure dell’anima, e ferisce per la castità del tono.
Uomini di ferro ridotti a fantasmi, spesso distrutti per la fame e le torture.
E cinquantamila rimasti per sempre lassù, in cimiteri sparsi in quella Germania che era tutta un immondo Lager.

Questi uomini avevano capito prima di tanti di noi cos’è la dittatura.
Pur venendo da una generazione che il fascismo aveva creduto di rendere guerriera con canzoni, parate, cortei e che aveva frequentato una scuola asservita al regime, intuirono subito, da soli, che dovevano resistere ad ogni richiamo.
La democrazia – per molti di loro contadini -era il proprio paese, tranquillo, sereno, senza adunate e con la libertà di dire ciò che pensavano.
Anticiparono di due anni, nella prigionia, la democrazia da tanto tempo perduta in Italia e, guardando i soldati con la mitragliatrice e le fotoelettriche nelle torri di sorveglianza, intuirono la potenza malvagia del Tiranno.
Molti morirono impiccati nell’Appellplatz con i compagni costretti a guardare e talvolta un’orchestra – diciamo, meglio, una banda- di deportati che suonava marce militari.
Molti morirono nelle gallerie in cui erano costretti a scavare, tra gli escrementi e accanto ad altri cadaveri.
Molti furono portati ai limiti di grandi fosse, allineati e fucilati.
Molti esalarono il loro ultimo respiro nei Lager della morte, i Lazarettlager, minati nel corpo dalle malattie provocate dalla fame e divorati dai pidocchi.
Non di tutti questi uomini conosciamo i nomi.
I cimiteri che ho visitato in Germania sono pieni di croci senza alcun segno.

La maggior parte delle “memorie” ci è stata consegnata da ex deportati del Nord.
Il Centro-Sud è quasi assente, ed anche in ciò si rivela il solco profondo che esisteva già allora tra le due Italie.
Spesso, il livello di istruzione di chi veniva dal Sud, quale risulta anche dai fogli matricolari rilasciati dai Distretti, è oltremodo basso: in media prima o seconda elementare, con apparizione nel gruppo anche di analfabeti.
Salta all’occhio nell’esame delle schede il fatto che molti -troppi- non sappiano dove sono stati: nè la città nè la regione nè la fabbrica.
Probabilmente continuavano la loro vita di braccianti o manovali, legati sentimentalmente al proprio paese e alla propria famiglia e tiravano a campare.
C’è chi scrive “Itler” ricordando a modo suo il Fuhrer, chi pur essendo stato ad Auschwitz scrive “Ausvis”, chi scrive “Lagher”, chi dice semplicemente “Non ricordo nulla”.
L’impressione che ne deriva è che molti abbiano accettato quella tragedia con la stessa rassegnazione delle dure giornate di lavoro nei campi o nelle fabbriche in Italia.
La sistematica riduzione allo stato di bestialità attuata dai tedeschi ha distrutto ogni sentimento, e le reazioni sono quelle elementari di chi è solo in balìa della sorte.

Pochi fanno ricorso alla fede.
Chi invoca la Madonna, chi recita il rosario, chi guarda il cielo e pensa a qualcosa che non viene, chi tenta di mettere il cuore nel piccolo spazio della cartolina ma non è abituato a scrivere, e quindi usa l’essenziale epistolario di tutti i contadini.
“Cara moglie, io sto bene come spero di te”.
E poi una domanda per le mucche che devono essere nutrite e per i bambini che vanno a scuola e “devono essere bravi”.
Molti sono moribondi, ma non lo dicono.
La loro corrispondenza s’interromperà e in Italia i familiari non ne sapranno più niente.
Quegli uomini entreranno nella schiera dei cinquantamila morti: il nome degli ignoti lo sa soltanto Dio.

Qualcuno riesce ad avvicinare qualche donna.
O una russa o una polacca di cui sono piene le fabbriche o i campi, nascono intimità nuove che allontanano il pensiero dalla casa italiana, qualcuna di queste intimità si salderà in un matrimonio il giorno della liberazione.
E noi nelle nostre schede abbiamo trovato parecchie testimonianze di queste spose dell’Est.

L’approccio con le donne tedesche è pericoloso.
Una legge nazista proibisce ogni contatto perchè la “Frau” tedesca deve restare incontaminata e portare avanti la purezza della razza, e poi non mancare di rispetto al marito al fronte.
Ma gli approcci avvengono lo stesso, l’uomo e la donna, quando colti sul fatto, vengono arrestati e condannati.
Parecchi italiani finiranno decapitati a Berlino-Plotzensee, a Monaco Stadelheim ed a Dresda.

Il panorama che deriva da questa nuova miniera storica è agghiacciante, ma serve a riempire un buco nero nella storia di quegli anni ed invita a rivisitare quanto si è scritto finora sul periodo della Repubblica di Salò e sulle deportazioni.
Ci sono stati troppi silenzi, i politici del dopoguerra, anche volutamente per opportunità diplomatiche, non hanno prestato alcuna attenzione al dramma avvenuto al di là delle Alpi, nelle scuole non si è insegnato nulla.
Soltanto adesso troppi gruppi interessati a farsi un nome cavalcano il movimento delle rivendicazioni.
Io invito chi legge questo libro a meditare sulla vicenda umana di questi nostri fratelli ed a diffondere, come i maestri a scuola, la loro voce che racconta quanto hanno sofferto.
E’ il miglior contributo che possiamo dare nell’attesa che lo faccia anche il nostro governo.
Non squilli di fanfare vogliono i sopravvissuti, ma un pensiero pieno di rispetto, il “grazie” per aver salvato la dignità di una nazione.
Per i morti con o senza nome un fiore ideale affinchè, come si dice al cimitero al momento dell’inumazione, “la terra sia loro lieve”.
Perchè l’esserci tutti noi dimenticati di loro è un peccato troppo grave.