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Intitolata sabato 23 novembre una strada di Vignate (MI) a Francesco Gervasoni, operaio della Pirelli, deportato e morto a Kahla nel 1945

Senza segni la Memoria è destinata a svanire.

Si deve in gran parte alla tenace dedizione di alcuni familiari se la deportazione e riduzione in condizione di schiavitù di quasi un milione di italiani assume una visibilità pubblica e si traduce in un segno tangibile destinato a preservarne la memoria. E’ il riscatto di una tragica storia individuale che rompe il silenzio su una vicenda rimossa dalla “real politik”dei governi del dopoguerra che ancora oggi impediscono alla Giustizia di fare il suo corso, e ignorata per lungo tempo dall’accademia, dalla scuola e conseguentemente dal comune sentire storico.

Deportato in Germania con altri 167 operai della Pirelli, arrestati in seguito allo sciopero generale delle fabbriche milanesi del 23 novembre 1944, Francesco fu destinato a Kahla, nella gelida Turingia, nei Lager che sorgevano attorno alla montagna nelle cui viscere veniva assemblato il Messerschmitt 262, l’aereo in grado di dare alla Germania nazista il predominio nei cieli.

Francesco morì il 20 febbraio 1945, ufficialmente per “deperimento” e dunque per fame, freddo, brutalità, fatica e patimenti, come altri 450 italiani, su un totale di 900 vittime “riconosciute” fra i 12.000 deportati di 13 paesi, fra i quali 3.800 italiani.

La cerimonia si deve alla sensibilità di un sindaco e della sua amministrazione, che ha accolto la proposta del professor Giorgio Galli, insegnante delle scuola media di Vignate, che ha dedicato alla storia di Francesco Gervasoni il lavoro delle sue classi, ma, innanzitutto alla volontà e alla costanza del figlio Bruno, scomparso nel 2016, e della nuora Pinuccia Curti che per anni con tenacia e ostinazione hanno cercato di ricostruire le vicende di Francesco e ne hanno onorato la Memoria.

A Kahla, uno dei luoghi più ignorati dalla storiografia sul sistema concentrazionario nazista, abbiamo riservato una parte consistente delle nostre ricerche, raccogliendo una ricca documentazione che ci ha consentito di dedicare alla montagna infernale un pannello della mostra sugli schiavi di Hitler, allestita nella biblioteca del Senato nel 2014, una pagina sul sito con i contributi di Antonio Vanzulli e Lutz Klinkhammer, e soprattutto le preziose testimonianze di alcuni sopravvissuti, raccolte in un documentario video che comprende un capitolo dedicato a Francesco Gervasoni e alla volontà dei familiari di far vivere la sua Memoria.

Abbiamo avuto il piacere di conoscere Bruno e Pinuccia nell’ambito di una consulenza in occasione di una puntata della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” il 26 aprile 2004, eccezionalmente dedicata alla scomparsa di un deportato morto in Germania nel 1945.

Bruno Gervasoni è stato uno dei soci costituenti della nostra associazione e Pinuccia, a cui siamo legati da rapporti di profonda stima e amicizia, è nostra socia.

Siamo lieti dunque di questo risultato che mostra una volta di più che ognuno di noi può “scrollare“ l’albero della storia e salvare qualcosa che non appartiene solo alla sfera familiare ma alla storia delle comunità e del Paese.

Un piccolo/grande risultato, a 74 anni dai fatti!

Nonostante gli ostacoli e le disattenzioni istituzionali in Italia, malgrado il rifiuto della Germania di riconoscere le sue responsabilità che ancora pesa sui processi conclusi e in corso, la richiesta di giustizia storica e civile per queste vicende sopravvive nutrendosi di queste manifestazioni, ristrette nella dimensione locale, ma forti nel loro carattere simbolico in un’epoca liquida in cui l’umanità contende alla barbarie, all’interesse e alla stupidità, palmo a palmo, il campo della Memoria.

Valter Merazzi, Maura Sala. Centro studi “Schiavi di Hitler” Cernobbio (CO)


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